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"Non sfuggivano la guerra e preferivano subire la conquista piuttosto che non tentare con ogni mezzo la vittoria" (Tito Livio, X, 31)
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LA SECONDA GUERRA ANNIBALICA


Tra il 270 e il 220 a.C. Roma rafforzò la sua egemonia sulla penisola italiana creando sui vari territori in suo possesso dei governi oligarchici e dei gruppi di sostenitori ovunque. Ponendo fine alle guerre, Roma portò l'Italia in uno stato di benessere materiale mai conosciuto prima, diminuendo così l'agitazione dei suoi abitanti. Non è possibile stabilire che grado di patriottismo sia riuscita a costruire ma è certo che esso fu presente, anche se in modo rudimentale.
Infatti, l'ostilità degli Italici contro gli invasori fu superiore al risentimento antiromano che essi nutrivano nei confronti di Roma. Nel 225 a.C. Romani e Italici lottarono da alleati contro i Galli Senoni, per cacciarli via dalla penisola. Un'altra prova di fedeltà fu data quando Annibale giunse in Italia, appena dopo il 225 a.C.; i Sanniti, questa volta, non si precipitarono ad allearsi con Annibale, come avevano invece fatto precedentemente con Pirro. Lo scopo di Annibale non era quello di affrontare uno scontro diretto con Roma: sapeva benissimo che una simile impresa non era alla portata delle forze cartaginesi. Egli mirava ad attirare dalla sua parte le popolazioni italiche alleate di Roma, in modo da ridurre quest'ultima all'impotenza. Una volta isolata, Roma sarebbe stata costretta a concludere la pace alle sue condizioni.
Dopo le vittorie ottenute nelle battaglie del Ticino, della Trebbia e del lago Trasimeno, Annibale si diresse subito verso i distretti di lingua osca dove egli riteneva ci fossero più probabilità di successo. Non una sola comunità passò dalla sua parte perché, per quanto scarso fosse il loro amore per Roma, stentavano a credere che un invasore straniero ponesse fine alla loro subordinazione. Annibale veniva visto semplicemente come un tiranno che si sarebbe sostituito a Roma e non un punto di riferimento per ottenere la libertà perduta durante le guerre sannitiche. Il Sannio era una regione su cui Annibale aveva riposto grosse speranze: entrò nel territorio degli Irpini, saccheggiò l'agro di Benevento ma non riuscì a conquistare il loro favore. Si diresse poi nel territorio di Allifae, allora prefettura romana, e da qui si trovò di fronte due possibilità: avanzare presso i Pentri o i Campani. La seconda scelta lo portò ad attraversare una gola dei monti Trebulani per raggiungere il Campus Stellatis. Tito Livio parla di un mons Callicula mentre Polibio lo cita come Eribiano.
Per far fronte alla situazione catastrofica che si prospettava all'orizzonte, i Romani elessero per via straordinaria come dittatore Fabio Massimo che fu incaricato di fronteggiare Annibale; egli capì che non era il caso di cimentarsi subito in una battaglia decisiva in condizioni di inferiorità. Difatti, i soldati cartaginesi si erano allenati alle azioni di guerra sin dalla tenera infanzia ed anche il loro generale Annibale era cresciuto in mezzo a loro. Diversamente, l'esercito romano si trovava in condizioni opposte; l'unico suo vantaggio consisteva nell'abbondanza di mezzi e nella superiorità numerica. Per tale motivo, Fabio Massimo seguiva parallelamente il nemico e, data la sua esperienza dei luoghi, riusciva preventivamente a occupare le posizioni favorevoli e strategiche. Il suo collega, Marco Claudio Marcello, non era invece favorevole a tale tattica che, peraltro, valse a Fabio l'appellativo di cunctator, ovvero temporeggiatore. Marcello accusava Fabio di condurre le operazioni di guerra in modo irrisoluto. Annibale, vedendo che Fabio evitava il combattimento ma che, d'altra parte, non cedeva completamente il campo, mosse verso la pianura di Capua sperando di costringere i nemici al confronto diretto o di conquistarsi il favore delle popolazioni alleate.
Il generale cartaginese devastò tutta la pianura e raccolse un immenso bottino, quindi si accinse a levare il campo. Fabio capì che il suo piano era quello di uscire dallo stesso passo per cui era entrato; siccome il passo era stretto, dispose 4000 uomini proprio sul passo mentre egli stesso, con la maggior parte delle sue forze, si accampava sopra un colle sovrastante la stretta. Annibale, però, non diede a Fabio il tempo di attuare il suo piano. Infatti fece riunire dai suoi soldati circa 2000 buoi davanti all'accampamento e fece attaccare alle loro corna delle fascine secche. Successivamente ordinò di spingere i buoi sul colle sovrastante la stretta, dopo aver fatto appiccare il fuoco alle fascine legate alle corna dei buoi.
I soldati romani di guardia presso la gola, vedendo i fuochi avvicinarsi all'altura, pensarono che Annibale marciasse in quella direzione e, pertanto, accorsero verso la cima. Annibale poté così passare attraverso il valico lasciato sguarnito mentre i Romani si accorsero di essere stati beffeggiati da Annibale soltanto sul fare del giorno.
L'episodio è noto storicamente come episodio dei buoi.
Annibale, dopo aver attraversato il valico, pose gli accampamenti nel territorio di Alife. Anche Fabio mosse il campo e, attraversato il passo sopra Alife, si fermò in un luogo alto e reso forte dalla sua stessa posizione. Allora Annibale, fingendo di dirigersi verso Roma attraverso il Sannio, ritornò invece in Puglia per darsi al saccheggio. Intanto il termine di sei mesi della dittatura di Fabio Massimo era scaduto e il potere fu restituito ai consoli Lucio Emilio Paolo e Marco Terenzio Varrone. Essi decisero di impegnare Annibale in una battaglia aperta: lo scontro avvenne a Canne (216 a.C.), sulla riva del fiume Ofanto; qui Annibale, manovrando con geniale strategia le sue forze, riuscì ad accerchiare i Romani, facendone una terribile carneficina.
La fedeltà degli alleati iniziò a cessare in seguito a tale disfatta. La città ribelle più famosa è Capua, ma non fu la sola: Sanniti, Lucani, Bruzi, Apuli e Italioti defezionarono tutti, anche se non simultaneamente, I Sanniti che si ribellarono furono gli Irpini e i Caudini; tra questi ultimi c'era ovviamente la nostra Trebula; i Pentri non si ribellarono e anche tra i Caudini Caiatia si mantenne fedele ai Romani. Questi ultimi iniziarono a muovere contro gli insorti dal 215 a.C. e riuscirono a dominarli grazie alle capacità strategiche di Fabio Massimo e Claudio Marcello.
Fabio Massimo riconquistò Trebula, Cubulteria (Alvignano) e Austicula nel 215 a.C. (Livio, XXIII,39). In queste città furono fatti molti prigionieri tra le forze di presidio puniche; Austicula è una località menzionata solo in questa occasione da Tito Livio e la sua ubicazione non ci è nota. Treglia conserva tutt'oggi il ricordo di Fabio Massimo attraverso il nome della via che collega via Roma alla chiesa.
Dopo aver ristabilito la pace, i Romani inflissero dure punizioni agli Italici che si erano schierati a favore di Annibale. Ricordiamo che, in seguito alla guerra di Pirro, la tribù dei Caudini fu smembrata in tante comunità separate, ognuna delle quali manteneva una certa autonomia. Ora, sembra che tali comunità, tra cui Trebula, avessero perduto quanto loro era rimasto di autonomia; pare che furono trasformate in prefetture romane.

 L'itinerario della spedizione di Annibale in Italia e del suo ritorno a Cartagine

 

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